Compassion fatigue o satisfaction ?
La malattia induce nei pazienti uno stato di sofferenza e di malessere che è legato sia ai sintomi clinici della malattia sia al vissuto di malattia del paziente. Il vissuto di malattia del paziente include aspetti come la paura, anche sproporzionata alla realtà, le aspettative, le esperienze precedenti e le fantasie più o meno consapevoli.
Nell’incontro tra sanitario e paziente, la presenza della sofferenza nel paziente è un aspetto fondamentale che determina la qualità della relazione di cura.
La parola inglese compassion è difficilmente traducibile in italiano: indica il processo attraverso cui il malessere e la sofferenza del paziente vengono percepiti, condivisi e interiorizzati dal sanitario, generando una risposta emotiva e motivazionale orientata ad alleviare quella sofferenza.
Alleviare la sofferenza del paziente è indiscutibilmente la mission dei professionisti sanitari e non è un aspetto da mettere in discussione. Un aspetto su cui, invece, è importante discutere, e che è poco conosciuto, è l’effetto della compassion sul sanitario.
Di fronte alla sofferenza del paziente, il sanitario sperimenta fenomeni psicologici interni che possiamo suddividere in tre categorie:
- partecipazione alla sofferenza, cioè il contatto emotivo con il dolore dell’altro;
- condivisione della sofferenza, cioè il trasferimento e la risonanza interna nel sanitario;
- risonanza emotiva, un meccanismo del tutto involontario, basato sui meccanismi empatici del cervello (neuroni specchio), con attivazione emotiva del sanitario.
Di fronte alla sofferenza del paziente, che invade il sanitario, si possono intraprendere due diverse strade, in base alle condizioni psicofisiche del sanitario stesso. Se la richiesta di risorse da parte del paziente è percepita come una minaccia per le risorse del sanitario — situazione sempre vissuta come stressante — il sanitario tenderà a concentrarsi su se stesso e sui propri bisogni, con l’obiettivo principale di non perdere risorse e di mantenere quelle già esistenti.
È importante sottolineare che il vissuto di possibile perdita di risorse è particolarmente potente se tali risorse sono poche e/o deboli. Di conseguenza, la minaccia di perdita di risorse è vissuta come direttamente proporzionale alla loro mancanza.
Le risorse a disposizione del sanitario possono essere suddivise in due categorie: risorse personali e risorse ambientali. Le principali risorse personali sono quelle legate ai bisogni descritti nella piramide di Maslow, che vanno dai bisogni fisiologici fino ai bisogni superiori di autorealizzazione e autodeterminazione. Altre risorse personali includono il benessere psicologico, il tono dell’umore e l’energia. Il concetto di energia personale, sebbene difficilmente definibile, è intuitivamente conosciuto dalle persone.
Il burnout è tipicamente una condizione che diminuisce drasticamente le risorse personali del sanitario.
Le risorse ambientali includono l’organizzazione sanitaria in tutti i suoi aspetti: burocrazia, aspetti economici, disagio ambientale e fattori legati al contesto sociale.
Cosa succede se il sanitario incontra la sofferenza del paziente e le sue richieste di aiuto in un momento in cui il livello delle proprie risorse è basso? La richiesta di aiuto del paziente verrà vissuta come minacciosa, in quanto in grado di diminuire ulteriormente un livello di risorse già basso.
Questa scelta, che nella maggior parte dei casi è inconsapevole, impedisce al sanitario di comportarsi in modo empatico e determina nel paziente un aumento del malessere già esistente, con l’invio al sanitario di un feedback negativo. Tale feedback peggiora il percepito di minaccia da parte del sanitario e la relazione entra in un loop negativo che tende ad automantenersi. E’ la compassion fatigue
Nel caso in cui, invece, il sanitario valuti inconsapevolmente che la relazione con il paziente non rappresenta una minaccia, si avvia un processo positivo e virtuoso. Il non percepire il paziente come una minaccia dipende dalla percezione di possedere risorse sufficienti per gestire questa situazione.
A questo punto, il sanitario, utilizzando l’empatia cognitiva, è in grado di assumere la prospettiva del paziente, immaginando cosa stia vivendo e cosa proverebbe egli stesso al suo posto. L’empatia emotiva, invece, gli consente di percepire lo stato emotivo del paziente.
Questo processo di integrazione si traduce in un atteggiamento e in un comportamento empatico, che rispondono ai bisogni cognitivi ed emotivi del paziente. Nella maggior parte dei casi, la relazione empatica produce effetti positivi e genera feedback positivi. Questi feedback provengono da varie fonti: innanzitutto dal paziente, ma anche dai familiari e dai colleghi.
Meno frequentemente il sanitario è in grado di fornire un feedback positivo a se stesso: utilizzando un linguaggio dell’Analisi Transazionale, possiamo dire che non è in grado di farsi una *carezza*. La percezione interna del proprio operato determina un impatto molto rilevante sull’autostima e sulla motivazione del sanitario, influenzando in modo significativo le modalità con cui egli vive il proprio ruolo e la relazione con i pazienti.
Tutto ciò può essere definito come compassion satisfaction.
Toward a comprehensive, theoretical model of compassion fatigue: A n integrative literature review SK Coetzee, HKS Laschinger – Nursing & health sciences, 2018

