Emergenza sanitaria: servono comandanti o team leaders riflessivi ?
Una comunità di naviganti è una rappresentazione in scala ridotta di comunità molto più ampie; può quindi essere utilizzata come una sorta di laboratorio in miniatura per osservare e verificare fenomeni macroscopici. Allo stesso tempo, essa mette in evidenza le dinamiche di un gruppo di persone obbligate a vivere in spazi angusti e in condizioni di forte limitazione della libertà.
I conflitti che possono nascere tra esseri umani costretti a condividere piccoli spazi per lunghi periodi derivano spesso da inimicizie pregresse, pregiudizi, intolleranze e pulsioni istintive che, in condizioni di normalità, non emergerebbero. Navigare, quindi, porta alla luce condizionamenti nascosti, difficoltà di adattamento e idiosincrasie tra persone molto diverse.
Osservare una piccola comunità in navigazione permette talvolta di individuare debolezze della personalità, tendenze alla sopraffazione e alla manipolazione, inclinazioni alla violenza e desideri di dominio sull’altro. Spingendo il ragionamento all’estremo, possiamo ipotizzare che il navigare sia, in parte, simile a un viaggio nell’inconscio: costringe a confrontarsi con ciò che normalmente viene tenuto nascosto, come aggressività represse e conflitti rimossi.
Vi è però un ulteriore aspetto centrale nelle dinamiche delle persone che navigano: la gestione del potere. In qualsiasi altra situazione, anche i ruoli di comando più elevati prevedono un’istanza ulteriore di garanzia e di controllo, capace di proteggere chi è sottoposto all’autorità e di impedire che questa venga percepita come arbitraria. In mare, sopra al capitano, non c’è nessuno.
Se qualcuno contesta la legittimità delle decisioni del comandante, dovrà attendere lo sbarco, momento in cui un’istanza superiore potrà essere invocata per valutarle. Finché un’imbarcazione è in navigazione, il comandante detiene dunque un potere assoluto e incontestabile. Questa norma può essere considerata legittima, logica e indispensabile.
Durante la navigazione, infatti, le decisioni devono spesso essere prese con estrema rapidità e il capitano ha bisogno che gli ordini vengano eseguiti senza esitazioni. Se esistesse la possibilità di contestarli o se vi fosse un’autorità alternativa a quella del comandante, la navigazione risulterebbe difficile, se non addirittura impossibile. Decisioni assembleari, soprattutto nei momenti di crisi, condurrebbero verosimilmente alla catastrofe. Possiamo dire che una nave con molti comandanti è destinata a naufragare.
Ogni imbarcazione, grande o piccola che sia, è quindi un territorio in cui non esiste un criterio democratico nel momento decisionale: le scelte seguono una catena gerarchica che culmina nell’autorità indiscutibile del comandante. Questa regola necessaria, tuttavia, lascia spazio a rischi legati alla varietà e alla contraddittorietà della natura umana.
Esistono capitani intelligenti, umani ed equilibrati, ma anche capitani ottusi, crudeli o addirittura squilibrati. Per questo motivo, in mare, possono verificarsi abusi, ingiustizie e sopraffazioni. Storicamente, questo problema è stato causa di drammi, sofferenze e incomprensioni profonde.
Allo stesso tempo, da qui nasce anche la sensazione di solitudine e isolamento che il ruolo di capitano comporta. Decidere da soli, essere responsabili da soli, provare la soddisfazione di aver governato una nave nella tempesta oppure il peso di non essere riusciti a riportarla in salvo: questo è il fardello del comandante, solo di fronte al mare e al proprio potere.
Autorità necessaria e rischio di abuso di potere
Dalla nave al team sanitario in emergenza
Nelle emergenze sanitarie la catena di comando chiara è una condizione di sicurezza, non un optional. Come in mare, il tempo è critico e le decisioni devono essere rapide, coerenti e immediatamente eseguibili. Per questo serve un leader riconosciuto, con autorità temporanea e contestuale, con leadership funzionale all’evento. Quando l’autorità non è chiaramente finalizzata alla sicurezza del paziente, può trasformarsi in imposizione arbitraria con silenziamento del dissenso e uso del potere per difendere l’ego invece del paziente.
Quindi in emergenza l’autorità è necessaria, ma deve essere costantemente giustificata dall’obiettivo clinico, non dal ruolo formale.
Distinguere tra potere, autorità e responsabilità
Nei team sanitari questi tre concetti vengono spesso confusi, soprattutto sotto stress. Il potere può essere definito come la capacità di far eseguire un’azione. Può derivare dal ruolo, dall’esperienza, dal carisma o dalla paura. L’autorità necessita che il potere sia riconosciuto come legittimo dal gruppo di lavoro. In emergenza è spesso temporanea e funziona solo se il team percepisce competenza, chiarezza e orientamento al bene del paziente. La responsabilità comporta l’assunzione delle conseguenze delle decisioni prese e dà senso etico al comando.
Un leader che esercita potere senza assumersi responsabilità mina la fiducia del team e aumenta il rischio clinico.
Consapevolezza, autocontrollo e leadership riflessiva
Quando l’emergenza porta alla superficie l’“inconscio professionale”
Come la navigazione, l’emergenza sanitaria fa emergere: aggressività latente, rigidità difensive, bisogno di controllo, difficoltà a tollerare l’incertezza. Per questi motivi è richiesta consapevolezza per riconoscere le proprie reazioni emotive sotto stress e Sapere quando si sta passando dalla leadership alla reattività. Per questi motivo è richiesto autocontrollo per regolare tono, linguaggio, gestualità ed evitare che la pressione trasformi l’autorità in intimidazione. Da qui nasce il concetto di leadership riflessiva: saper pensare mentre si agisce, accettare feedback anche in contesti gerarchici, distinguere l’errore tecnico dalla colpa personale.
La leadership in emergenza non è solo decisione rapida, ma capacità di non essere travolti dal proprio potere.

